Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf

I libri cercano il lettore attirandolo a se. È una teoria che sostengo da molto tempo. A me è successo con Virginia Woolf, come? Semplicemente una sera ho sentito il bisogno di rileggere Mrs Dalloway. In pochi giorni l’ho divorato, l’ho amato dall’inizio alla fine, qui potrei parlare per ore, minuti e secondi delle pagine dove Clarissa prende coscienza di essere ancora viva e della scintilla che ha fatto scattare in lei questo pensiero. Parlerei di Mrs Dalloway per ore e ore, ma non è questo il momento. Infatti Mrs Dalloway è stata, in questo caso, la scintilla che mi ha fatto scattare la voglia di continuare a leggere Virginia Woolf e di imparare a conoscerla meglio. Così ho subito iniziato a leggere il saggio che Virginia Woolf scrisse nel 1928 Una stanza tutta per sé

Di “Una stanza tutta per se” ( titolo inglese, A room of one’s own) in Italia ne abbiamo tante edizioni e diverse traduzioni, io non ho perso tanto tempo tempo nella scelta, mi sono fidato ciecamente della mia libraia e ho acquisto l’edizione Feltrinelli,  che ritengo sia ottima. 

Scelto il libro e la traduzione migliore sul campo, mi sono tuffato in questa nuova lettura. Come dicevo non è un romanzo, ma un saggio sulle donne e il romanzo che Virginia Woolf scrisse in occasione di una conferenza a cui era stata invitata a partecipare.

La prima cosa che fa Virginia e tirarsi fuori dalla sua indagine e affidarla a un’altra donna Mary Beton che inizierà la sua ricerca da un luogo inesistente, Oxbridge. Qui si trova un college maschile dove senza alcun successo tenera di visitarne la biblioteca, ma in quanto donna le era vietato entrare al suo intero. 

In questa prima parte Virginia pone le fondamenta di tutto il suo saggio con questo pensiero:  “Una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza tutta per sé, una stanza propria”. Partendo quindi da questi elementi, ovvero la necessità di possedere del denaro per assicurarsi una certa indipendenza, tanto tempo e la necessità  di avere un proprio rifugio dove sedersi e scrivere in pace, Virginia inizia la sua indagine. 

A questa primo pensiero seguono delle domande:

“Perché gli uomini bevono vino e le donne acqua? Perché un sesso era così prospero e l’altro così povero? Quale può essere l’effetto della povertà sul romanzo? Quali sono le condizioni necessarie per la creazione di un’opera d’arte?”

Le donne per tanti secoli non hanno mai avuto la libertà di lavorare e di vivere indipendente da un uomo e di guadagnare del denaro proprio. Raramente sono state libere di far ciò che volevano e quelle che ci sono riuscite sono state veramente poche. Così come non sapremo mai dell’esistenza di scrittrici o poetesse, anche se Virginia qui da quasi per certo che non ve ne siano state, visto che non potevano ne lavorare ne guadagnare e soprattutto le donne difficilmente ricevevano un’istruzione.  L’altro problema era che ogni campo dell’arte era recluso alle donne, e sarebbe stato loro impossibile farne parte. 

Virginia Woolf

A tal proposito Virginia/Mary per far comprendere meglio la questione ai lettori ci fa questo esempio: Mary immagina come sarebbe stata la vita della sorella di Shakespeare, se questo ne avesse avuto una. Terribile! Non sarebbe andata molto bene, avrebbe avuto lo stesso genio del fratello, avrebbe scritto poesie e testi teatrali, ma nessuno avrebbe accettato un suo lavoro e nessuno avrebbe mai riconosciuto la sua grandezza. Chiunque, se trattato in questo modo, potrebbe concludere la propria vita nella follia e nella povertà, così Virginia immagina la fine di questa donna.

Colpisce molto il giudizio di molti uomini, scrittori e studiosi di epoche che vanno il tra seicento e ottocento, sulle donne, definendole isteriche e con capacità di pensare e ragionare di gran lunga inferiori ad uomo. Propio per questo, secondo questi intellettuali, le donne non avevano bisogno di alcuna istruzione,  avevano già i loro passatempi, il ricamo, il giochi e tanti libri da leggere. 

Andando avanti di qualche secolo, incontriamo le prime scrittrici e poetesse di fine seicento, quasi tutte nobildonne e dunque con una buona  disponibilità economica e spesso possedevano una casa in campagna. Di certo una casalinga, madre di sei o più figli, non avrebbe ma potuto sedersi al tavolo e iniziare a scrivere, almeno non in quell’epoca. , non avendo alcun tipo di guadagno, né il tempo e né la tranquillità per farlo. A chi verrebbe voglia di scrivere dopo una giornata di fatiche?

Vediamo così comparire Lady Winchilsea e la fantastica e cervellotica duchessa Margaret di Newcastle, due donne piene di rabbia, e chi può dar loro torto. Venivano criticate perché intelligenti, istruite e con una grande passione per la scrittura, che fa notare Virginia, nonostante i potenziali non andrò oltre i loro sfoghi di rabbia soprattutto nei confronti dell’altro sesso.  

Tutto cambia con Aphra Behn donna di classe media, che possedeva le virtù dell’umorismo, della vitalità e del coraggio; Aphra fu costretta a ingegnarsi per guadagnarsi da vivere dopo alcune sventure e dopo la morte del marito. La scrittura fu la sua ancora  di salvezza e storicamente il suo successo fu una svolta per le donne, perché riuscendo lei a guadagnare abbastanza per vivere lo avrebbero potuto fare tutte le altre donne. Neanche per lei fu facile scrivere, infatti i suoi versi in prosa e le sue opere teatrali ricevettero accuse di oscenità a causa del loro contenuto esplicito, ma ormai una nuova strada è stata aperta.

Nel saggio non mancano scrittrici come Jane Austen e Charlotte Brontë, due donne e due grandissime scrittrici e colonne portanti della lettura inglese. La prima, anche se con meno genio letterario sottolinea Virginia, riesce a dire infinitamente di più della Brontë, che invece penalizza il suo genio portando troppo della sua vita personale nelle pagine dei suoi libri. Per la Woolf questo è un errore di Charlotte, che si trascina dietro ancora quella rabbia insita nelle sue predecessore. La questione qui è un pò più complessa, per Charlotte Brontë ci vorrebbe un’articolo a parte.

Il pensiero che segue è quasi una conseguenza a quello che si è letto fino ad ora, ovvero che dopo secoli di lotte, insulti e sottomissione le donne ora, faccio riferimento sempre al ’28, hanno la possibilità di scrivere liberamente senza dover stare ad ascoltare le continue critiche e gelosie di certi uomini. Ma il loro compito più grande sarà quello di raccontare le donne che fino ad allora non hanno mai avuto voce nei libri, le donne della strada, le anziane, quelle che devono tirar su i figli e tenere la casa in ordine, e quindi dare un nuovo volto alla donna nella letteratura.

Mary Beton ( alter ego di Virginia)  conclude la sua parte con un pensiero che ho trovato molto moderno:

per chiunque scrive è fatale pensare al proprio sesso. È fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; dobbiamo essere una donna-maschile e un uomo-femminile. È fatale per una donna accentuare seppur minimamente  le sue lagnanze; difendere qualunque causa, anche la più giusta; parlare in qualunque modo con la consapevolezza di essere donna.[…]

Ci deve essere qualche collaborazione nella mente , fra la donna e l’uomo, prima che possa compiersi l’atto della creazione. Ci deve essere un matrimonio dei contrari. La mente intera deve mostrasi  nuda e aperta, se volgiamo creare la sensazione che lo scrittore sta comunicando la sua esperienza  pienamente e perfettamente. Ci deve essere libertà e ci deve essere pace.

Virginia infine torna sull’aspetto pratico della questione: per poter scrivere un romanzo o poesia servono cinquecento sterline l’anno e una stanza con una serratura alla porta.

Quando dicevo che i libri cercano il lettore, credo sia vero, da questo libro è scaturita la voglia e la curiosità di leggerne tanti altri. Virginia mi ha permesso di iniziare un nuovo percorso di lettura personale.

Duccio.

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