Essere un Kentuki o non essere un Kentuki, è questo il dilemma.

Quanto la tecnologia influenza la nostra esistenza? Quanto tempo dedichiamo ad essa nell’arco di una giornata? Quanto è diventato costante il suo utilizzo nella nostra quotidianità? 

Tutte queste domande nascono da una necessità di comprendere meglio la nostra società e quale piega sta prendendo. Queste tipologie di domande se le pongono in molti, accadeva già in passato quando ancora la tecnologia non aveva un ruolo così importante nelle nostre vite e accade oggi perché la viviamo ogni giorno nel nostro quotidiano e perché ancora non ne consociamo davvero i suoi limiti.

Di uomo e tecnologia se ne parla dall’inizio del novecento con i primi romanzi distopici. Con la parola  distopia si intende: “Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa): le d. della più recente letteratura fantascientifica.” , definizione tratta da Treccani. 

Quando si parla di lettura distopica i primi nomi che vengono in mente sono “1984” di George Orwell, “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury  o ancora “Il Condominio” di J. G. Ballard e tantissimi altri ancora. 

Questo genere, che un tempo era  rilegato solo ai confini della letteratura, oggi è diventato molto popolare grazie a serie tv come Black Mirror che lo hanno rilanciato. 

Samanta Schweblin

Per quel che riguarda la produzione letteraria di oggi questa presenta un buon numero di romanzi di genere dispotico. 

Uno di questi è il romanzo Kentuki, scritto dall’argentina Samanta Schweblin, edito da Edizioni SUR.

I Kentuki del titolo sono dei peluche robotizzati a forma di animali, ci sono i panda, i topi, i corvi, i draghi o i conigli, questi hanno la dimensione di un animale domestico con la sola differenza che ad animarli sono delle persone che osservano i proprietari dei kentuki attraverso gli occhi web cam dei peluche stessi. 

Chi possiede un Kentuki sa bene di essere osservato tutto il tempo, ma questo non sembra creare alcuna forma di disagio da parte dei padroni che anzi si affezionano ai loro animaletti guardoni. 

Lo stesso accade a chi comanda i Kentuki, guidati attraverso un tablet che permette loro di fare diversi movimenti e dei versi per attirare ‘attenzione dei loro padroni.

Per attivare un Kentuki hanno solo bisogno di acquistare un codice IMEI ( si tratta di un codice presente in tutti i nostri cellulari e serve identificare ogni singolo smartphone, paura eh?) e una volta inserito il Kentuki prende vita.

Le storie del libro sono raccontate attraverso due punti di vista. Uno è quello dei padroni dei Kentuki, che cercano di relazionarsi a loro provando a comunicare inventando qualche tipo di linguaggio, o altri si limitano a trattarli solamente come degli animali domestici. In entrambi i casi viene data loro piena fiducia nei confronti dei peluche, pur non sapendo chi si nasconde dietro di essi.  Il kentuki potrebbe essere un’anziana signora che ha bisogno di passare un pò di tempo, o un ragazzino che vuole vivere un’avventura con il suo nuovo gioco, o chiunque di noi. Ma cosa accade quando dietro questi teneri animaletti non si nasconde nè un’annoiata anziana signora nè un ragazzino? 

L’altro punto di vista è quello di chi guida i Kentuki, c’è chi si affeziona ai padroni e cerca di proteggerli, c’è chi si innamora di un altro Kentuki, c’è chi vuole girare il mondo con il suo, o chi fa scoperte aberranti. Ma a dispetto dei loro padroni che continuano la loro vita normale, chi guida i Kentuki abbandona pian piano la propria vita quotidiana per dedicarsi a quella dei peluche che seguono e spiano i loro padroni.

Qui dovremmo iniziare a porci un pò di domande: dove inizia e finisce la  nostra libertà 

e quella di chi ci osserva? Quanto siamo disposti a mettere in mostra della nostra vita, quali aspetti e perché lo facciamo?

Credo che Kentuki sia un romanzo che affronta una tematica molto più che attuale, parla di qualcosa che sta già accadendo, è qualcosa che facciamo già da qualche anno. Ogni giorno usiamo i nostri smartphone per mostrare quel che accade nelle nostre vite, quello che abbiamo acquistato, quello che abbiamo fatto durante la giornata, il nuovo cucciolo di casa, noi che giochiamo con i nostri gatti, quello che mangiamo, quando siamo tristi e quando siamo felici. 

Qui mi pongo un’altra domanda: quanto stiamo perdendo della nostra intimità? 

Abbiamo perso il senso del limite, anzi credo che un limite non ci sia più, ci hanno dato in mano un giocattolo che forse non siamo veramente capaci di usare al meglio, o forse lo stiamo facendo nel modo più errato possibile. 

E voi sareste disposti a superare i vostri limiti acquistando un Kentuki e a mostrare ogni momento della vostra vita privata ad un estraneo, oppure vorreste essere voi i voyeur? 

“A New York la pena prevista per i guardoni è di sei mesi in una casa di lavoro e là non ci sono davvero finestre, in passato invece gli cavavano gli occhi con un ferro arroventato, quelle Giunoni in bikini che lei guarda con tanto interesse valgono una simile penitenza?Oh, Signore, siamo diventati una razza di guardoni!”

-Stella- 

Rear Window by Alfred Hitchcock

Duccio.

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